L’etossichina questa sconosciuta

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Vi siete mai domandati se il pesce di allevamento nutrito a base di mangimi abbia qualche contro-indicazione per la salute? Fareste bene a domandarvelo perchè, a guardar bene, nei mangimi realizzati a base di farine di pesce un problema c’è e si chiama etossichina, un agrofarmaco (denominato E324) con funzioni conservanti che è stato messo al bando per il consumo umano nel 2011 ma che è possibile ancora utilizzare nell’alimentazione animale. E così le sue funzioni “anti-riscaldo” (fino a quando era possibile usarla, l’etossichina veniva irrorarata soprattutto su pere e mele per rallentare la maturazione dopo il raccolto) sono state trasferite ai mangimi usati nella piscicoltura per evitare che durante il trasporto via nave si sviluppi un processo di combustione. È curioso come l’agrochimica riesca sempre a trovare un modo per ridimensionare l’effetto dei divieti agendo sull’entrata in vigore di norme più restrittive o trovando nuove forme di impiego per le molecole che vengono messe al bando. Il risultato di tutto questo è che l’etossichina pur essendo genotossica, cioè in grado di danneggiare il Dna, fortemente sospettata di superare la barriera emato-encefalica (cioè di arrivare al cervello) e di fissarsi sia nei tessuti adiposi che nel latte materno, continua ad entrare nella nostra catena alimentare attraverso il pesce d’allevamento che mangiamo. In Italia nessuno ne parla ma al di là delle Alpi nella pacifica Svizzera un quotidiano di Zurigo ha pubblicato una documentata inchiesta relativa al salmone, pesce molto diffuso sulle tavole del Nord Europa e sui rischi dell’etossichina e dei mangimi per pesci in generale. Buona lettura e grazie a Daniela Mencarelli che si è presa la briga di tradurre l’articolo e di inviarcelo.

NZZ

La disgrazia di San Pietro

di Ronald Schenkel – Neuer Zürcher Zeitung, 18 marzo 2016 Traduzione di Daniela Mencarelli Hofmann

Fino a poche generazioni fa il salmone veniva pescato all’amo o con le reti ed era una prelibatezza costosa che arrivava sulle nostre tavole solo in occasioni molto speciali. Oggigiorno è invece un alimento di base come il petto di pollo, anche apprezzato per i preziosi acidi omega-3 che contiene. Il motivo per cui una tale quantità di salmone arrivi sulle nostre tavole in tutte le sfumature di rosa, dal filetto affumicato fino ai dadini già pronti per condimento della pasta, è uno solo: perché si tratta di pesci di allevamento. Una produzione di salmonidi in grandi quantità che nel 2014, comprendendo anche la trota, ha superato i due milioni di tonnellate.

La maledizione del mangime per pesci

Ma cosa mangiamo realmente, quando mangiamo salmone d’allevamento? Questa domanda si pone regolarmente, quando ci arrivano notizie scandalose dal multicolore banco dei pesci. Recentemente ha fatto scalpore la notizia diffusa da Kassensturz, una trasmissione della televisione svizzera, sulla presenza consistente, nel salmone d’allevamento norvegese, dell’antiossidante etossichina e dei sui derivati.

L’etossichina che in origine sarebbe un pesticida nel 2011 è stato vietato nell’Unione Europea. Il divieto però non riguarda l’etossichina utilizzata come additivo per mangimi che avendo funzioni di conservante impedisce la combustione spontanea della farina di pesce durante il trasporto marittimo. L’UE ha fissato limiti rigorosi sulla quantità massima del pesticida che può essere contenuto negli alimenti destinati al consumo umano; limiti che sono invece del tutto inesistenti per il pesce.

L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è impegnata da anni nella rivalutazione della tossicità dell’etossichina come additivo per mangimi.

Ciononostante nemmeno l’ultima sessione dello scorso novembre è riuscita a introdurre un divieto in tal senso. Questo sebbene le autorità abbiano già classificato etossichina-chinoneimina, un derivato dell’etossichina, come genotossico, ossia in grado di danneggiare il DNA.

Diversi scienziati prendono sul serio la sua tossicità. La presenza dell’etossichina è stata già riscontrata nel nostro tessuto adiposo e nel latte materno. Potrebbe anche attraversare la barriera emato-encefalica (che protegge il cervello). Ciononostante non esiste alcun vincolo di legge per gli allevatori di salmone che vieti di commercializzare il pesce contaminato. Il consumatore ha ben poco da sperare: tale sgradevole sostanza è contenuta anche in altre specie di pesci, come uno studio dell’Agenzia Austriaca per la Salute e la Sicurezza Alimentare ha recentemente dimostrato. D’altra parte per l’industria dei mangimi l’etossichina serve perfettamente al suo scopo e costa poco.

Il pesticida etossichina è vietato nell’UE, ma non come additivo per mangimi.

Quindi questa sostanza nociva ci può rovinare sul serio la degustazione del salmone. E potrebbe anche non essere l’unico ingrediente indesiderato. Molte altre che contaminano i mari e, di conseguenza la sua fauna, entrano nell’allevamento del salmone con il mangime per pesci. È vero che alcuni scienziati, che hanno studiato la tollerabilità del salmone d’allevamento su mandato del Consiglio di Sanità norvegese, ribadiscono che una dose settimanale di 1,3 kg è completamente innocua. Un’affermazione, però che i due biologi Jérôme Ruzzin e Anders Goksøyr dell’Università di Bergen non sottoscriverebbero. “L’autorità di controllo sugli alimenti si è concentrata unicamente sulle diossine, il che può portare a conclusioni sbagliate”, afferma Goksøyr. E il biologo aggiunge un altro argomento alla discussione: anche se le singole sostanze inquinanti fossero al di sotto dei limiti consentiti, la loro combinazione potrebbe essere fatale. Parla di effetto-cocktail.

Consumatori ignari

Questo cocktail nocivo potrebbe aumentare, in particolare, il rischio di diabete di tipo 2, presumono Ruzzin e Goksøyr. Lo dimostra un loro studio condotto sui topi del 2011, in cui hanno nutrito gli animali col salmone. A un gruppo è stato dato il normale salmone d’allevamento, lo stesso che si acquista al supermercato e che è stato allevato con i mangimi convenzionali. L’altro

gruppo è stato alimentato con salmoni allevati con farine di pesce “disintossicate”. Il risultato: entrambi i gruppi presentavano alla fine dell’esperimento i sintomi tipici del diabete di tipo 2, ma per i topi che avevano mangiato il pesce convenzionale l’incidenza era molto più alta.

I consumatori non sono informati sui rischi, criticano Ruzzin e Goksøyr. Infatti, etichette come la ASC non garantiscono un salmone privo di sostanze tossiche. L’ ACS è l’abbreviazione di Aquaculture Stewardship Council, una organizzazione no profit lanciata nel 2010 accanto al Maritime Stewardship Council (MSC). Quest’ultima dovrebbe garantire una pesca sostenibile, mentre l’ASC la sostenibilità dell’’acquacoltura. Nel frattempo l’etichetta ha raggiunto anche i maggiori grossisti svizzeri.

Stefan Bergleiter dell’associazione ecologica tedesca Naturland parla di “inganno per il consumatore”; lo standard ASC non vieta l’uso di sostanze chimiche – i limiti sono stabiliti dalle leggi nazionali – e permetterebbe l’uso di mangimi geneticamente modificati. Anche Billo Heinzpeter Studer, co- presidente dell’organizzazione per la protezione degli animali Fair-Fish, critica l’etichetta perché non considererebbe il benessere degli animali. Anche la riduzione della farina e dell’olio di pesce nei mangimi sarebbe insufficiente regolata.

Residui nel pesce biologico

Per gli standard che riguardano il salmone, si legge per lo meno che l’etichetta promuove l’uso d’ingredienti alternativi per i mangimi. Che sembrerebbe lodevole, a prima vista. Perché significa, non da ultimo, meno pesce nei mangimi e meno sostanze inquinanti nel salmone d’allevamento. Tuttavia l’industria non ha ridotto la componente di farina e olio di pesce nei mangimi per questa ragione, ma piuttosto perché i loro prezzi sono saliti alle stelle. Aumento dovuto a sua volta alla riduzione degli stock di pesci piccoli, che vengono trasformati in farina e olio.

Etichette come la ASC non garantiscono un salmone senza sostanze tossiche.

Più di 20 milioni di tonnellate di pesci piccoli vengono pescati annualmente per essere trasformati in mangime. Pertanto, finché le specie carnivore non diventano vegetariane, la piena espansione della piscicoltura contribuirà alla riduzione degli stock selvatici. Senza considerare che ci sarà meno da mangiare

per i grandi pesci selvatici. Che i salmoni possano cavarsela senza proteine animali, Christoph Sandrock, dell’Istituto di ricerca sull’agricoltura biologica (FiBL), ne dubita. In questo istituto si sta conducendo una sperimentazione con le larve di mosca, per verificare se possano coprirne il fabbisogno proteico. Però una questione si pone, dove prendere gli acidi grassi omega-3, finora forniti dall’olio di pesce. Forse ricorrendo alla fonte da cui i pesci ottengono l’acido grasso omega-3: le alghe. La ricerca ci sta lavorando. Ma il mangime ideale è ancora ben lontano dall’essere stato prodotto.

Un compromesso

Allora, cosa possono fare gli amanti del salmone prima del Venerdì Santo? Le regolamentazioni attuali più severe si applicano agli allevamenti biologici. La parte ittica del mangime proviene dalla lavorazione dai residui di pesce commestibile. “Dalla lavorazione delle aringhe, per esempio, si ricavano circa un 45-60 per cento di residui “, dice Stefan Holler, che a Naturalland si occupa della questione. Il pesce biologico dovrebbe, in effetti, essere privo di additivi chimici come l’etossichina. Dovrebbe. Holler, però, non esclude che tracce di tali sostanze possano essere presenti anche nei pesci biologici. La ragione è semplice: la maggior parte degli allevamenti produce sia per il mercato convenzionale che per quello biologico. La presenza di residui, usando la stessa vasca e cambiando poi la produzione, non può perciò essere esclusa. Nessun salmone non è quindi a rischio residui.

 

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